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Il rischio di perdere ciò che conta davvero

Qualche settimana fa su un quotidiano, un’utente spitex rifletteva sulla necessità di avere tempo di cura e sulla possibilità, con il nuovo sistema di partecipazione ai costi, per ognuno di poterselo offrire. Ho condiviso l’articolo con le colleghe infermiere e il timore per la disumanizzazione del sistema è emerso in tutte.

Dal 1° aprile l’amara novità mira alla responsabilizzazione, presentando tuttavia un pericolo che gli economisti del Cantone, certo abili a fare i conti, non hanno considerato e cioè che in sanità, la qualità della cura non si riduce a un gesto tecnico, ma richiede un rapporto umano che necessita di tempo. Nelle cure a domicilio, la qualità dell’assistenza non si misura solo in prestazioni erogate, ma anche nel tempo trascorso con l’utente, al quale si offre ascolto e fiducia. La casa del paziente è il contesto in cui la cura acquista significato.

Decenni di letteratura scientifica dimostrano che la relazione tra operatore e paziente è parte integrante dell’intervento terapeutico. Questa relazione influisce direttamente sugli esiti clinici e sulla qualità percepita. Non si tratta di un elemento accessorio o di un lusso: essa è parte integrante della cura stessa e ne è garante di qualità. Sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità sia l’International Council of Nurses mettono in guardia contro i sistemi che si concentrano esclusivamente sul controllo dei costi e dei tempi. Sottolineando che “ridurre il tempo di relazione significa, di fatto, ridurre la qualità della cura”. Senza ascolto, fiducia e continuità, la medicina perde una delle sue componenti più efficaci. Questo aspetto diventa cruciale nel fine-vita, quando “il tempo si fa breve” e accompagnare il paziente è spesso più determinante che curarlo. Non si tratta di uno slogan, l’approccio centrato sulla persona (modello “people-centred care”) è essenziale per una qualità assistenziale elevata. Il rischio non è solo economico, ma anche qualitativo. Ridurre il tempo di relazione non significa semplicemente “fare più in fretta”, ma compromettere l’aderenza alle terapie, la fiducia nel sistema sanitario e il benessere psicologico del paziente, minacciando l’efficacia stessa dell’intervento.

Il Ticino è di fronte a una scelta delicata. Nel dibattito sugli spitex, si parla molto di numeri: ore, costi, operatori, questi dati sono indispensabili, ma non sufficienti, tanto più che la quota dello spitex sul totale della spesa sanitaria ticinese è del 4,64%. La domanda fondamentale è: quanto tempo siamo disposti a riconoscere come parte della cura? Se la risposta è “meno”, il sistema potrebbe diventare più efficiente, ma rischierebbe di perdere ciò che lo rende tale: la capacità di curare non solo il bisogno, ma la persona.

Il nuovo sistema di partecipazione ai costi non ci deve distogliere dal rimanere centrati sul senso del nostro lavoro e ci auguriamo che gli utenti non debbano dover rinunciare al “lusso” non solo delle cure, ma anche di una breve relazione interpersonale.

Tommaso Gianella, direttore Spitex